Cinque del mattino. Lo sguardo fisso verso le case che ci circondano la via centrale, silenziosa, che ci apre all’India. Il confine di stato tra Nepal e India appena passato. A piedi. Senza nessun genere di controllo. Muoviamo i primi passi tra indiani incuriositi, risciò vuoti e piccoli falò accesi per strada per bruciare immondizia superflua.
L’India si presenta in modo strano, quasi troppo silenziosa. Si smentirà poco dopo.
Siamo in compagnia di un ragazzo svizzero, la cui intenzione è di raggiungere Varanasi,costruirsi una zattera in bambù e navigare fino a Goa. Circa 2000 chilometri. Non proprio un tipo qualunque. Ci racconta che ha rischiato di morire sull’Annapurna e che ha avuto un’infiammazione al fegato che l’ha tenuto fermo per un mese a Pokhara.
Insieme troviamo un pullman, locale, che va a Varanasi, la città più vicina. 11 ore di viaggio.
Se mai avessimo saputo che viaggio era forse non saremmo mai entrati in India.
Il pullman è decisamente scassato e sporco, ma le strade indiane…. descrivere qualcosa di così confusionale e privo di ogni logica è impossibile. Il sorpasso azzardato diventa la costante in un viaggio così, in cui sulla strada vince chi è più grosso o chi fa più rumore. Clacson assordanti si susseguono constantemente,senza interruzione e passiamo il viaggio, in prima fila, a vederci continuamente qualche veicolo o animale davanti a noi, che procede in senso contrario.
Si rischia un’incidente ogni 4 minuti. La mia vita mi passa davanti numerose volte sottoforma di camion,macchine,moto,biciclette,tuk-tuk,carretti,mucche,capre,maiali,cani e non so quali strani veicoli che esistono solo in questa parte di mondo.
Non so grazie a quale dei 3600 Dei induisti, ma raggiungiamo Varanasi. La città sacra dell’India.

Varanasi è qualcosa di assolutamente indescrivibile.Ci perdiamo negli stretti viottoli che affiancano il Gange,il fiume più sacro del paese. Troviamo un hotel.Al contrario di quanto ci aspettavano l’hotel è pulito e le stanze molto belle. Il prezzo irrisorio. 5 euro a notte.
Affascinati dal sapore sacro di questa città, la sera scendiamo al Gange. C’è una cerimonia. Lungo il fiume tantissime persone si stringono attorno a cinque sacerdoti. E’ una visione incredibile. La cultura induista mi entra subito nel sangue e inonda i miei pensieri. Visitiamo anche il luogo dove cremano i morti. Un ragazzo ci racconta che si bruciano circa 250 corpi ogni giorno. I defunti vengono da ogni parte dell’India. Loro credono che se bruciati qui, le anime raggiungono immediatamente il Nirvana, interrompendo l’incessante e per loro problematico ciclo di rinascite. La visione di tutti questi focolai e dei resti di corpi che bruciano,mi riempie gli occhi di stupore, di inquietudine e di profondo rispetto per la morte.
Dopo poche ore vado a dormire già segnato da questa cultura.
I giorni seguenti visitiamo i templi più importanti e assaporo il profondo stile di vita indiano, interamente dedito al culto.
Mangiamo in piccoli ristoranti,dove con 2,5 euro puoi sfamarti alla grande e mangiare benissimo.
Discutiamo in un locale, con un australiano e con un ragazzo indiano sulle reciproche concezioni di spiritualità e stiamo in silenzio ad ascoltare la profondità dell’animo del giovane indiano. Una visione della vita davvero ammirevole. Interamente incentrata nell’aiutare il prossimo e nell’insegnare l’autosostentamento. Si perchè la miseria in India la tocchi con mano. O meglio,lei tocca te, attraverso le miriadi di mani protese e che sfiorano le tue, chiedendoti qualche spicciolo per sopravvivere. Un groppo al cuore ti rimane fedele nelle strade disordinate e sporche, mentre guardi negli occhi piccoli bambini che ti inseguono. La profondità del loro sguardo è qualcosa di sconcertante.
Subito ti rendi conto di quanto il regime di caste in India, e la profonda credenza nel karma, devasti questo paese e lo strappi in due. Nella ferita stanno i reietti, quelli che vivono nella miseria per destino divino e perchè nella vita precedente si sono comportati indegnamente. Chi vive per strada,dormendo nell’immondizia lo fa perchè crede di meritarselo, e non se ne tireranno fuori mai. Non posso che pensare quanto la religione influenzi questo indescrivibile paese. E non posso che pensare quanto possa essere crudele e sbagliato. l’impotenza però ti accompagna per mano e mi rendo conto che qui c’è qualcosa di profondamente malato nelle radici.

Lasciamo Varanasi per spostarci ad Agra, città del Taj Mahal, una delle sette merviglie del mondo. Il viaggio in treno è lungo, 12 ore. Durante il tragitto delle guardie armate ci fanno firmare un foglio su cui c’è scritto di non accettare cibo da estranei perchè potrebbe essere avvelenato. Ti addormentano per poi rubarti i bagagli. Conscio di questo fatto si può capire quanto dormo tranquillamente. In realtà non accade nulla e il viaggio scorre tranquillo.
Agra è essenzialmente il Taj Mahal, non c’è molto altro da vedere. Però questo monumento ti lascia senza fiato. E’ l’emblema del potere dell’amore. Costruito da un principe in memoria della principessa perduta, è un enorme mausoleo interamente costruito in marmo bianco. Incantevole.

Dopo due giorni ci spostiamo in pullman(il treno aveva 6 ore di ritardo) a Jaipur, capitale del Rajhastan, terra dei Marajhà. La chiamano la città rosa. Il nome è dovuto al centro città dove tutti gli edifici sono effettivamente rosa. Nei giorni seguenti visitiamo incredibili templi e palazzi sull’acqua, antiche residenze dei padroni di questo luogo. Un bambino per strada ci mostra le sue abilità di mago. Un vero fenomeno!
Jaipur è famosa sopratutto per le sue lavorazioni della seta e dei tappeti. Troviamo una sartoria, il proprietario ci fa vedere come vengono creati e lavorati a mano tutti i pezzi, di come ricavano i colori dalla natura e non chimicamente. E’ veramente affascinante. Finito il tour ovviamente ci porta nel negozio per cercare di venderci qualcosa. Ma questa volta vogliamo fare il colpo grosso. QUesta azienda lavora e crea vestiti per marchi come Zara e Valentino.
Non possiamo che farci fare il nostro abito su misura, interamente in cashmire di prima qualità, camicia e spedizione a casa in regalo. Prezzo? 150 euro.

Dopo aver conosciuto Gopal, un simpatico ragazzo indiano e esserci bevuti una birra in compagnia e aver discusso tutta la sera ci prepariamo a tornare a Varanasi. I viaggi sono lunghi e quindi decidiamo di sostare qualche giorno in quella bellissima città. Torniamo nei ristorantini che conosciamo e nello stesso hotel, ma cerchiamo un’esperienza nuova. Ci capita con un Sadu,uno dei personaggi sacri della religione induista, e grazie ai riflessi di Lore gli chiediamo una benedizione per un amico. Ci porta a casa sua, e nel suo piccolo tempio personale. Ci sono tutte le statue delle principali divinità e l’anziano Sadu ci prepara un’intera cerimonia induista, benedicendo noi, il nostro amico e le nostre famiglie. Ascoltiamo in silenzio i mantra recitati e l’intensità delle sue intenzioni e delle sue azioni. E’ qualcosa di incredibilmente affascinante. Il contatto diretto con questi riti e queste credenze mi riempie il cuore di brividi e di curiosità. Torniamo verso il centro, un’altra esperienza indiana è stata vissuta. Senza paragoni.

Qualche giorno di relax e siamo pronti per un’altra importante tappa: Bodh Gaya.
Il nostro treno ha nuovamente 6 ore di ritardo,un classico di questo paese. L’unica rimane un taxi. Contrattiamo il prezzo per un pò e poi riusciamo a partire. Saliamo su un Ambassador degli anni 50 con qualche serio problema motorio. I nostri accompagnatori non parlano inglese. Sanno dire “Come” e annuire con la testa anche quando è palese che non hanno compreso nulla. Proviamo chiedendogli cose senza logica e il movimento della testa è sempre lo stesso, dall’alto verso il basso e viceversa.
5 ore in taxi, cala la sera e i nostri fari non tengono accesi. Ci fermiamo e viene aperto il cofano. Sembra un problema di contatto elettrico. L’autista prende gli attrezzi, ovvero una bella scatola di fiammiferi, ne tira fuori uno, traffica per un cinque minuti e magicamente i fari ora funzionano. Tutto risolto con un fiammifero. Vabbè.

Bodh Gaya è la città dove il Buddha ha raggiunto l’illuminazione. E’ una delle città più sacre per i buddhisti(insieme a Lumbini,paese di nascita del Buddha e Sarnath luogo dove il Buddha ha predicato per la prima volta). Per le strade il delirio e sempre il solito ma si intravedono numerosi monaci proveniente da tutto il mondo, venuti fin qui per pregare sotto l’albero dell’illuminazione. Il paesino è un insieme di templi buddhisti delle varie nazioni che qui si uniscono nella preghiera. E’ un crogiolo di culture, tutte unite da questa grande fede.
Il tempio costruito nei pressi dell’albero è qualcosa di sensazionale, di una bellezza davvero rara. Ancora una volta i miei cinque sensi vengono inondati da percezioni indescrivibili che solo in India si possono trovare. Visitiamo il giardino della meditazione e ci passiamo un paio d’ore. assistiamo a una cerimonia. Le strane litanie pronunciate dai monaci riempiono l’aria e sembrano arrivare dritte all’anima. Molti di loro sono impassibili, in meditazione, altri si prostrano senza sosta su tavole di legno. Un’immagine che se non la si vive difficilmente si può capire. Estasiato e felice di poter vedere tutto ciò torno in albergo con la mente che vaga tra mille pensieri e percezioni.

Ci tocca partire di nuovo. Siamo agli sgoccioli. Direzione Calcutta. Stiamo a Calcutta solo un paio di giorni, senza godercela davvero ma già risulta come una città completamente diversa.
Domani mattina abbiamo il volo per la Birmania.

L’India è veramente come si racconta. E’ veramente incomprensibile per certi versi. E’ un calderone pazzesco di circostanze, vite, religioni, dolori e fede. Qui la fede si tocca con mano. Come le mucche che incessantemente ti ritrovi come compagne di viaggio OVUNQUE. Addirittura in autostrada.
L’India è affascinante,senza limiti.
Se vieni in India non puoi che portartela dentro. Ma non per scelta. Perchè ti entra dentro lei. Come un dolce pensiero ma con il retrogusto amaro, come il profumo degli incensi ma con l’odore nauseabondo dei mucchi di immondizia, come il sorriso dei bambini ma con la miseria che li culla, come l’infinita fede induista ma con la stessa fede che condanna milioni di persone, come il pensiero fisso di voler fare qualcosa e l’impotenza del non poter far nulla per cambiare le cose. O forse si?

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